La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





giovedì 7 dicembre 2017

Tornano le Pasquinate


– L’antefatto è la causa dell’effetto: fuggì davanti ai lupi Benedetto.

– Fuggì davanti ai lupi Benedetto, ma sia ben chiaro: non ne fu costretto.

– Entrò il fumo da un qualche spiraglio ed il conclave prese un abbaglio.

– Per la Sistina il fumo s’è aggirato, poscia da nero in bianco s’è mutato.

– Per ubriacare il popolo, che è branco, dopo il Martini rosso quello bianco.

– S’affaccia e con la voce sua sincera: hic optime manebo e buona sera.

– Sono un nonnulla, un uomo pio. Sono una freccia che punta ad Io.

– Che al papa piaccia Marco sono guai; che lui piaccia a Pannella è peggio assai.

– Come non disse il vescovo d’Ippona: amare e poi peccare è cosa buona.

– I meriti di Castro sono immani: ha popolato il cielo di cristiani.

– E’ una cosa la coerenza di cui un papa può far senza.

– Decideremo in tre: Bergoglio, il papa e me.

– Non mi piacciono i francescani veri: erano azzurri ed io li faccio neri.

– Son Francesco, papa ed argentino: non all’Ostia, ma al secolo mi inchino.

– E’ un centenario di tutto rispetto: prendo Lutero e la Madonna getto.

– Non date i sacramenti ai divorziati, a meno che non siano risposati.

– Grazie al papale indulto, gradino per gradino, il cattolico adulto divenne adulterino.

– Il matrimonio non si scioglie, ma si potrà cambiare moglie.

– Risponderò a quei quattro cardinali, lasciando i loro dubia tali e quali.

Tratto da 'Francescheide' di Lorenzo Stecchetti junior QUI

La tradizione a cui l’autore si richiama è quella di Pasquino, la celebre statua dello Stato pontificio a cui nei secoli venivano appese satire e invettive anonime contro il malcostume dei prelati romani e contro gli stessi Papi. I sonetti romaneschi di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863) si situano in questa tradizione poetica.


mercoledì 6 dicembre 2017

Der Nikolaus: Ein barmherziger Bischof

San Nicola, un vescovo generoso!

Si narra che spese per i bisognosi tutto il patrimonio che aveva ereditato dai suoi genitori. La sua grande generosità ha alimentato una serie di antiche e tenere tradizioni soprattutto in Germania e nei Paesi del Nord-Europa.

La Chiesa Cattolica lo ricorda oggi -giorno della sua morte- per la sua santità di vita, ed i bambini soprattutto perché stamattina si sono svegliati con le calze e gli stivali pieni di doni!

Esiste un particolare un episodio che viene attribuito alla sua generosità ed al suo amore per i fedeli, dal quale prese spunto la tradizione odierna. Si dice che, avendo egli saputo di un padre molto povero, che non avendo mezzi economici per sposare le sue tre figlie, avesse deciso di farle prostituire, gettò nel camino della loro casa tanto oro da riempire le loro calze e gli stivali, lì posti ad asciugare. Così il vescovo Nicola salvò le tre povere giovinette dal tremendo destino e continuò, anche dopo la sua morte, a calare nei camini i suoi doni per i bambini buoni, mentre al suo servitore Ruprecht spetta l'ingrato compito di punire quelli cattivi! 
Cosa porta Nikolaus? Tante cose: giocattoli, caramelle, cioccolato, frutta secca, ma anche scarpe e vestiti, un dono di cui si ha bisogno o si desidera da tanto tempo.....
    

Ricordo con molta tenerezza i miei Nikolaus in Germania, di come andavo a letto col desiderio che la notte passasse in fretta, di come ero curiosa al mattino di scoprire cosa avessi ricevuto. Trovavo tutto lì, ai piedi del mio letto....... 
 

Der Heilige Nikolaus als Retter und Geschenkgeber

Um den Bischof von Myra kreisen viele Legenden und Mythen. Von besonderer Bedeutung für die heutige Tradition, den Festtag zu begehen, ist die legendenhafte Geschichte von einem sehr armen Mann: Ihm fehlte das Geld für die Heirat seiner drei Töchter, weshalb er sie in die Prostitution schicken wollte. Als Nikolaus davon erfuhr, warf er Gold in den Kamin der Mädchen. Dieses fand sich in ihren Stiefeln und Socken wieder, die dort zum Trocknen hingen. So rettete er die Mädchen vor ihrem Schicksal. 
So ist der Brauch und die Tradition an die Legende der drei Jungfrauen angelehnt worden. Der Nikolaus soll seitdem jedes Jahr an seinem Todestag durch den Kamin kommen und Kinder, die brav und artig waren, mit Geschenken bescheren. Dabei legt er die Geschenke in die Stiefel, Schuhe oder Socken, die am Kamin aufgehängt werden. 
Oft ist er dabei in Begleitung von furchteinflössenden Gehilfen. Während der Nikolaus als der gutherzige Geschenkgeber dargestellt wird, ist die Aufgabe seiner gemeinen Gehilfen, unter anderem Knecht Ruprecht, verzogene und unartige Kinder zu bestrafen. 

 

 

martedì 5 dicembre 2017

Visione dell'Inferno 7/ Suor Maria Josefa Menendez

Suor Maria Josefa Menendez, religiosa del Sacro Cuore, nacque a Madrid il 4 febbraio 1890 e morì il 29 dicembre 1923. Suor Maria Josefa Menendez ebbe nella sua breve vita tante esperienze mistiche una delle quali fu quella di visitare l'inferno, più volte e di patirne i tormenti per riscattare, in punto di morte, le anime dei peccatori. 
 
Ecco quanto vede e narra:
«In un istante mi trovai nell'inferno, ma senza esservi trascinata come le altre volte, e proprio come vi devono cadere i dannati. L'anima vi si precipita da sè stessa, vi si getta come se desiderasse sparire dalla vista di Dio, per poterlo odiare e maledire. L'anima mia si lasciò cadere in un abisso, in cui non si poteva vedere il fondo, perché immenso [...]. Ho visto l'inferno come sempre: antri e fuoco. Benché non si vedono forme corporali, i tormenti straziano i dannati come se i corpi fossero presenti e le anime si riconoscono. Fui spinta in una nicchia di fuoco e schiacciata come tra piastre scottanti e come se dei ferri e delle punte aguzze arroventate s'infiggessero nel mio corpo. Ho sentito come se si volesse, senza riuscirvi, strapparmi la lingua, cosa che mi riduceva agli estremi, con un atroce dolore.
li occhi mi sembrava che uscissero dall'orbita, credo a causa del fuoco che li bruciava orrendamente. Non si può né muovere un dito per cercare sollievo, né cambiare posizione; il corpo è come compresso. Le orecchie sono stordite dalle grida confuse, che non cessano un solo istante. Un odore nauseabondo e ripugnante asfissia ed invade tutti, come se si bruciasse carne in putrefazione con pece e zolfo. Tutto questo l'ho provato come le altre volte e, sebbene questi tormenti siano terribili, sarebbero un nulla se l'anima non soffrisse. Ma essa soffre in un modo indicibile. Ho visto alcune di queste anime dannate ruggire per l'eterno supplizio che sanno dover sostenere, specialmente alle mani. Penso che abbiano rubato, poiché dicevano: "Dov'è ora quello che hai preso? Maledette mani"! Altre anime accusavano la propria lingua, gli occhi... Ciascuna ciò che è stato causa del suo peccato: "Ben pagate sono adesso le delizie che ti concedevi, o mio corpo! [...] "E sei tu, o corpo, che l'hai voluto"! [...]. Per un istante di piacere un'eternità di dolore! 
 
Mi pare che nell'inferno le anime si accusino specialmente di peccati d'impurità. Mentre ero in quell'abisso, ho visto precipitare dei mondani e non si può dire né comprendere le grida che emettevano e i ruggiti spaventosi che mandavano: "Maledizione eterna! Mi sono ingannata! Mi sono perduta! Sono qui per sempre, per sempre e non c'è più rimedio!... Maledizione a me"! Una fanciulla urlava disperatamente, imprecando contro le cattive soddisfazioni concesse al corpo e maledicendo i genitori, che le avevano data troppa libertà a seguire la moda e i divertimenti mondani. Da tre mesi era dannata. Tutto questo che ho scritto -conclude suor Josefa- non è che un'ombra in paragone a ciò che si soffre nell'inferno».
 
Tratto da CentroSanGiorgio
 
L'odore intollerabile di carne putrefatta bruciata, di zolfo e di pece, avvolgeva suor Josefa al termine di queste discese all'Inferno, come pure nei rapimenti e nelle persecuzioni diaboliche, esso era percepibile anche attorno a lei, dicono i testimoni, per lo spazio di un quarto d'ora o mezz'ora.
 
 


lunedì 4 dicembre 2017

Visione dell'Inferno 6/ Santa Faustina Kowalska

suor faustina kowalska 
Kowalska Elena (Maria Faustina) nacque il 25 marzo 1955 a Glogowiec, in Polonia. Entrò nella Congregazione della Beata Vergine Maria della Misericordia. Per ordine del suo Direttore spirituale scrisse il diario personale, che intitolò ' La Divina Misericordia nell'anima mia'. Morì a trentatré anni il 5 ottobre 1938. Anche Suor Faustina Kowalska fece l'esperienza dell'inferno. Ecco come lei racconta l'evento:
 
«Oggi, sotto la guida di un angelo, sono stata negli abissi dell'inferno. È un luogo di grandi tormenti per tutta la sua estensione spaventosamente grande. Queste le varie pene che ho visto: la prima pena, quella che costituisce l'inferno, è la perdita di Dio; la seconda, i continui rimorsi di coscienza; la terza, la consapevolezza che quella sorte non cambierà mai; la quarta pena è il fuoco che penetra l'anima, ma non l'annienta; è una pena terribile: è un fuoco puramente spirituale acceso dall'ira di Dio; la quinta pena è l'oscurità continua, un orribile soffocante fetore, e benché sia buio i demoni e le anime dannate si vedono fra di loro e vedono tutto il male degli altri e il proprio; la sesta pena è la compagnia continua di Satana; la settima pena è la tremenda disperazione, l'odio di Dio, le imprecazioni, le maledizioni, le bestemmie. Queste sono pene che tutti i dannati soffrono insieme, ma questa non è la fine dei tormenti. Ci sono tormenti particolari per le varie anime che sono i tormenti dei sensi. Ogni anima con quello che ha peccato viene tormentata in maniera tremenda e indescrivibile. Ci sono delle orribili caverne, voragini di tormenti, dove ogni supplizio si differenzia dall'altro. Sarei morta alla vista di quelle orribili torture, se non mi avesse sostenuta l'onnipotenza di Dio.
 
Il peccatore sappia che col senso col quale pecca verrà torturato per tutta l'eternità». E aggiunge: «Scrivo questo per ordine di Dio, affinché nessun'anima si giustifichi dicendo che l'inferno non c'è, oppure che nessuno sa come sia. Io, Suor Faustina Kowalska, per ordine di Dio sono stata negli abissi dell'inferno, allo scopo di raccontarlo alle anime e testimoniare che l'inferno c'è. Quello che ho scritto è una debole ombra delle cose che ho visto. Una cosa ho notato e cioè che la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse l'inferno».
 
Tratto da CentroSanGiorgio

domenica 3 dicembre 2017

Visione dell'Inferno 5/ Pastorelli di Fatima

I bambini, ai quali apparve la Madonna a Fatima, in Portogallo, dal 13 maggio al 13 ottobre 1917, sono Lucia (nata il 22 marzo 1907 e morta il 2005), Francisco (nato l'11 giugno 1908 e morto il 4 aprile 1919) e Jacinta(nata l' 11 marzo 1910 e morta il 20 febbraio 1920). Al tempo delle apparizioni, Lucia aveva dieci anni, Francisco nove e Jacinta sette. La Madonna fece vedere loro l'inferno.
 
Ecco cosa racconta Lucia:
«Vedemmo come un grande mare di fuoco e immersi in questo fuoco i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere o abbronzate, di forma umana, che ondeggiavano nell'incendio, sollevate dalle fiamme che uscivano da loro stesse insieme a nuvole di fumo, cadendo da tutte le parti- simili al cadere delle scintille nei grandi incendi- senza peso né equilibrio, tra grida e gemiti di dolore e di disperazione, che terrorizzavano e facevano tremare di paura. I demoni si distinguevano per la forma orribile e ributtante di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti come neri carboni di brace».
 
Ai piccoli terrorizzati dalla paura, la Madonna disse: «Avete visto l'inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se farete quello che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno pace».
Tratto da CentroSanGiorgio
 
 

sabato 2 dicembre 2017

Visione dell'Inferno 4/ San Giovanni Bosco

San Giovanni Bosco nacque a Castelnuovo d'Asti il 16 agosto 1815 e morì a Torino il 31 gennaio 1888. È da tutti conosciuto il suo straordinario carisma di educatore dei giovani per i quali istituì pure l'Ordine dei Salesiani. Anch'egli ebbe una visione dell'inferno che egli stesso raccontò ai giovani.
 
«Mi trovai con la mia guida (l'Angelo Custode), infondo ad un precipizio che finiva in una valle oscura. Ed ecco comparire un edificio immenso, avente una porta altissima, serrata. Toccammo il fondo del precipizio; un caldo soffocante mi opprimeva, un fumo grasso, quasi verde, s'innalzava sui muraglioni dell'edificio e guizze di fiamme sanguigne. Domandai: "Dove ci troviamo"? "Leggi -mi rispose la guida- l'iscrizione che è sulla porta"! C'era scritto: "Ubi non est redemptio"!, cioè: "Dove non c'è redenzione". Intanto vidi precipitare dentro quel baratro [...] prima un giovane, poi un altro, ed in seguito altri ancora; tutti avevano scritto in fronte il proprio peccato. Esclamò la guida: "Ecco la causa precipua di queste dannazioni: i compagni, i libri cattivi e le perverse abitudini". Gli infelici erano giovani da me conosciuti. Domandai: "Ma dunque è inutile che si lavori tra i giovani, se tanti fanno questa fine? Come impedire tanta rovina"? "Coloro che hai visto, sono ancora in vita; questo però è il loro stato attuale e se morissero, verrebbero senz'altro qui"!
 
Dopo entrammo nell'edificio; si correva con la rapidità del baleno. Lessi questa iscrizione: "Ibunt impii in ignem æternum"!, vale a dire "Gli empi andranno nel fuoco eterno"! "Vieni con me"!, soggiunse la guida. Mi prese per una mano e mi condusse davanti ad uno sportello, che aperse. Mi si presentò allo sguardo una specie d'immensa caverna, piena di fuoco. Certamente quel fuoco sorpassava mille e mille gradi di calore. Io questa spelonca non ve la posso descrivere in tutta la sua spaventosa realtà. Intanto, all'improvviso, vedevo cadere dei giovani nella caverna ardente. La guida disse: "La trasgressione del sesto comandamento è la causa della rovina eterna di tanti giovani". "Ma se hanno peccato, si sono però confessati". "Si sono confessati, ma le colpe contro la virtù della purezza le hanno confessate male o taciute affatto". Ad esempio, uno aveva commesso quattro o cinque di questi peccati, ma ne disse solo due o tre. Vi sono di quelli, che ne hanno commesso uno nella fanciullezza ed ebbero sempre vergogna di confessarlo, oppure l'hanno confessato male e non hanno detto tutto. Altri non ebbero il dolore e il proponimento; anzi, taluni, invece di fare l'esame di coscienza, studiavano il modo di ingannare il confessore. E chi muore con tale risoluzione, risolve di essere nel numero dei reprobi e così sarà per tutta l'eternità [...]. "E ora vuoi vedere perché la misericordia di Dio qui ti ha condotto"? La guida sollevò un velo e vidi un gruppo di giovani di questo Oratorio, che io tutti conoscevo, condannati per questa colpa. Fra essi vi erano di quelli che in apparenza tengono buona condotta.
 
Continuò la guida: "Predica dappertutto contro l'immodestia"! Poi parlammo per circa mezz'ora sulle condizioni necessarie per fare una buona confessione e si concluse: "Mutare vita! [...] Mutare vita"! "Ora - soggiunse l'amico - che hai visto i tormenti dei dannati, bisogna che provi anche tu un poco di inferno"! Usciti dall'orribile edificio, la guida afferrò la mia mano e toccò l'ultimo muro esterno; io emisi un grido [...]. Cessata la visione, osservai che la mia mano era realmente gonfia e per una settimana portai la fasciatura».
 
Tratto da CentroSanGiorgio

venerdì 1 dicembre 2017

Visione dell'Inferno 3/ Anna Caterina Emmerick

La beata Anna Caterina Emmerick nacque l'8 settembre 1774 a Flamske bei Coestfeld (Westfalia-Germania), ed entrò nel Monastero di Agnetenberg in Duelmen (Westfalia) delle Canonichesse Regolari di SantAgostino. Morì a Duelmen il 9 novembre 1824. La Emmerick tra i tanti doni ricevuti, è famosa soprattutto per le stimmate e le visioni. Ecco una visione dell'inferno:
 
«Vidi [...] il Salvatore avvicinarsi, severo, al centro dell'abisso. L'inferno mi apparve come un immenso antro tenebroso, illuminato appena da una scialba luce quasi metallica. Sulla sua entrata risaltavano enormi porte nere, con serrature e catenacci incandescenti. Urla di orrore si elevavano senza posa da quella voragine paurosa di cui, a un tratto, si sprofondarono le porte. Così potei vedere un orrido mondo di desolazione e di tenebre. L'inferno è un carcere di eterna ira, dove si dibattono esseri discordi e disperati. Mentre nel cielo si gode la gioia e si adora l'Altissimo dentro giardini ricchi di bellissimi fiori e di frutta squisite che comunicano la vita, all'inferno invece si sprofondano cavernose prigioni, si estendono orrendi deserti e si scorgono smisurati laghi rigurgitanti di mostri paurosi, orribili. Là dentro ferve l'eterna e terribile discordia dei dannati. Nel cielo invece regna l'unione dei Santi eternamente beati. L'inferno, al contrario, rinserra quanto il mondo produce di corruzione e di errore; là imperversa il dolore e si soffrono quindi supplizi in una indefinita varietà di manifestazioni e di pene. Ogni dannato ha sempre presente questo pensiero: che i tormenti, che egli soffre, sono il frutto naturale e giusto dei suoi misfatti. Quanto si sente e si vede di orribile all'inferno è l'essenza, la forma interiore del peccato scoperto. Di quel serpe velenoso, che divora quanti lo fomen­tarono in seno durante la prova mortale. Tutto questo si può comprendere quando si vede, ma riesce inesprimibile a parole. Quando gli Angeli, che scortavano Gesù, avevano abbattuto le porte infernali, si era sollevato come un subbisso d'imprecazioni, d'ingiurie, di urla e di lamenti».
 
Tratto da CentroSanGiorgio

giovedì 30 novembre 2017

Visione dell'Inferno 2/ Santa Veronica Giuliani

 
Santa Veronica Giuliani (Orsola) nacque il 27 dicembre 1660. Entrò nel monastero delle Clarisse Cappuccine di Città di Castello (PG). Morì il 9 luglio 1727. Una visione dell'inferno, avuta nel 1696, è così raccontata:
 
«Parvemi che il Signore mi facesse vedere un luogo oscurissimo; ma dava incendio come fosse stata una gran fornace. Erano fiamme e fuoco, ma non si vedeva luce; sentivo stridi e rumori, ma non si vedeva niente; usciva un fetore e fumo orrendo, ma non vi è, in questa vita, cosa da poter paragonare. In questo punto, Iddio mi dà una comunicazione sopra l'ingratitudine delle creature, e quanto gli dispiaccia questo peccato. E qui mi si dimostrò tutto appassionato, flagellato, coronato di spine, con viva, pesante croce in spalla.
 
Così mi disse: "Mira e guarda bene questo luogo che non avrà mai fine. Vi sta, per tormento, la mia giustizia ed il rigoroso mio sdegno". In questo mentre, mi parve di sentire un gran rumore. Comparvero tanti demoni: tutti, con catene, tenevano bestie legate di diverse specie. Le dette bestie, in un subito, divennero creature (uomini), ma tanto spaventevoli e brutte, che mi davano più terrore che non erano gli stessi demoni. Io stavo tutta tremante, e mi volevo accostare dove stava il Signore. Ma, contuttoché vi fosse poco spazio, non potei mai avvicinarmi più. Il Signore grondava sangue, e sotto quel grave peso stava. O Dio! Io avrei voluto raccogliere il Sangue, e pigliare quella Croce, e con grand'ansia desideravo il significato di tutto. In un istante, quelle creature divennero, di nuovo, in figura di bestie, e poi, tutte furono precipitate in quel luogo oscurissimo, e maledicevano Iddio e i Santi. Qui mi si aggiunge un rapimento, e mi parve che il Signore mi facesse capire, che quel luogo era l'inferno, e quelle anime erano morte, e, per il peccato, erano divenute come bestie, e che, fra esse, vi erano anche dei religiosi [...].
 
Mi pareva di essere trasportata in un luogo deserto, oscuro e solitario, ove non sentivo altro che urli, stridii, fischi di serpenti, rumori di catene, di ruote, di ferri, botti così grandi, che, ad ogni colpo, pensavo sprofondasse tutto il mondo. E io non aveva sussidi ove rivolgermi; non potevo parlare; non potevo invitare il Signore. Mi pareva che fosse luogo di castigo e di sdegno di Dio verso di me, per le tante offese fatte a Sua Divina Maestà. E avevo davanti di me tutti i miei peccati [...]. Sentivo un incendio di fuoco, ma non vedevo fiamme; altro che colpi sopra di me; ma non vedevo nessuno. In un subito, sentivo come una fiamma di fuoco che si avvicinava a me, e sentivo percuotermi; ma niente vedevo. Oh! Che pena! Che tormento! Descriverlo non posso; e anche il sol ricordarmi di ciò, mi fà tremare. Alla fine, fra tante tenebre, mi parve di vedere un piccolo lume come per aria. A poco a poco, si dilatò tanto. Mi sembrava che mi sollevasse da tali pene; ma non vedevo altro»
 
Un'altra visione dell'inferno è del 17 gennaio 1716. La Santa racconta che in detto giorno fu trasportata da alcuni angeli nell'inferno: «In un batter d'occhio mi ritrovai in una regione bassa, nera e fetida, piena di muggiti di tori, di urli di leoni, di fischi di serpenti [...]. Una grande montagna si alzava a picco davanti a me ed era tutta coperta di aspidi e basilischi legati assieme [...]. La montagna viva era un clamore di maledizioni orribili. Essa era l'inferno superiore, cioè l'inferno benigno. Infatti, la montagna si spalancò e nei suoi fianchi aperti vidi una moltitudine di anime e demoni intrecciati con catene di fuoco. I demoni, estremamente furiosi, molestavano le anime le quali urlavano disperate. A questa montagna seguivano altre montagne più orride, le cui viscere erano teatro di atroci e indescrivibili supplizi.
 
Nel fondo dell'abisso vidi un trono mostruoso, fatto di demoni terrificanti. Al centro una sedia formata dai capi dell'abisso. Satana ci sedeva sopra nel suo indescrivibile orrore e da lì osservava tutti i dannati. Gli angeli mi spiegarono che la visione di Satana forma il tormento dell'inferno, come la visione di Dio forma la delizia del Paradiso. Nel frattempo, notai che il muto cuscino della sedia erano Giuda ed altre anime disperate come lui. Chiesi agli angeli di chi fossero quelle anime ed ebbi questa terribile risposta: "Essi furono dignitari della Chiesa e prelati religiosi». E in quell'abisso, ella vide precipitare una pioggia di anime... E una voce che grida: "Sarà sempre così. Sempre, sempre, sempre".
 
Tratto da CentroSanGiorgio
 
visione dell'inferno di Santa Teresa D'Avila 

mercoledì 29 novembre 2017

Visione dell'Inferno 1 /Santa Teresa D'Avila

Santa Teresa di Gesù, nata ad Avila in Spagna il 28 marzo 1515, è una dei Santi che ha visto l'inferno. Lo racconta essa stessa nella vita scritta da lei in questi termini:
 
«Un giorno mentre ero in orazione; mi trovai tutt'a un tratto trasportata intera nell'inferno. Compresi che Dio mi voleva far vedere il luogo che i demoni mi avevano preparato, e che io mi ero meritato con i miei peccati. Fu una visione che durò pochissimo, ma vivessi anche molti anni, mi sembra di non poterla più dimenticare.
 
L'ingresso mi pareva un cunicolo molto lungo e stretto, simile a un forno assai basso, buio e angusto; il suolo tutto una melma puzzolente piena di rettili schifosi. In fondo, nel muro, c'era una cavità scavata a modo di nicchia, e in essa mi sentii rinchiudere strettamente. E quello che allora soffrii supera ogni umana immaginazione, né mi sembra possibile darne solo un'idea perché cose che non si sanno descrivere (...) Sentivo nell'anima un fuoco che non so descrivere, mentre dolori intol­lerabili mi straziavano orrendamente il corpo. Nella mia vita ne ho sofferto moltissimi, dei più gravi che secondo i medici si possano subire sulla Terra, perché i miei nervi si erano rattrappiti sino a rendermi storpia, senza dire dei molti altri di diverso genere, causatimi in parte dal demonio. Tuttavia, non sono nemmeno da paragonarsi con quanto allora ho sofferto, specialmente al pensiero che quel tormento doveva essere senza fine e senza alcuna mitigazione. Ma anche questo era un nulla innanzi all'agonia dell'anima. Era un'oppressione, un'angoscia, una tristezza così profonda, un così vivo e disperato dolore che non so come esprimermi. Dire che si soffrano continue agonie di morte è poco, perché almeno in morte pare che la vita ci venga strappata da altri, mentre qui è la stessa anima che si fà in brani da sé. Fatto sta che non so trovare espressioni né per dire di quel fuoco interiore né per far capire la disperazione che metteva il colmo a così orribili tormenti. Non vedevo chi me li faceva soffrire, ma mi sentivo ardere e dilacerare, benché il supplizio peggiore fossero il fuoco e la disperazione interiore. Era un luogo pestilenziale, nel quale non vi era più speranza di conforto, né spazio per sedersi o distendersi, rinserrata com'ero in quel buco praticato nella muraglia.
 
Orribili a vedersi, le pareti mi gravavano addosso, e mi pareva di soffocare. Non v'era luce, ma tenebre fittissime; eppure quanto poteva dar pena alla vista si vedeva ugualmente nonostante l'assenza della luce: cosa che non riuscivo a comprendere. Per allora Dio non volle mostrarmi di più, ma in un'altra visione vidi supplizi spaventosissimi, fra cui i castighi di alcuni vizi in particolare. A vederli parevano assai più terribili, ma non mi facevano tanta paura perché non li sperimentavo, mentre nella visione di cui parlo il Signore volle farmi sentire in ispirito quelle pene ed afflizioni, come se le soffrissi nel corpo [...]. Sentir parlare dell'inferno è niente. Vero è che io l'ho meditato poche volte perché la via del timore non è fatta per me, ma è certo che quanto si medita sui tormenti dell'inferno, su quello che i demoni fanno patire, o che si legge nei libri, non ha nulla a che fare con la realtà, perché totalmente diversa, come un ritratto messo a confronto con l'oggetto ritrattato. Quasi neppure il nostro fuoco si può paragonare con quello di laggiù. Rimasi spaventatissima e lo sono tuttora mentre scrivo, benché siano già passati quasi sei anni, tanto da sentirmi agghiacciare dal terrore qui stesso dove sono. Mi accade intanto che quando sono afflitta da qualche contraddizione o infermità, basta che mi ricordi di quella visione perché mi sembrino subito da nulla persuadendomi che ce ne lamentiamo senza motivo. Questa fu una delle più grandi grazie che il Signore m'abbia fatto, perché mi ha giovato moltissimo non meno per non temere le contraddizioni e le pene della vita che per incoraggiarmi a sopportarle, ringraziando il Signore d'avermi liberata da mali così terribili ed eterni, come mi pare di dover credere».
 
Di Padre Antonio di Monda, ofm  
Tratto da CentroSanGiorgio  

martedì 28 novembre 2017

La realtà dell'Inferno

(Miki De Gootaboom)
Di don Leonardo Maria Pompei
 
Cosa sia davvero l’Inferno non possiamo nemmeno lontanamente immaginarlo. Tutta la tribolazione e l’angoscia, il fuoco, il gelo, le acque che sommergono, la fame, la sete, le ferite, la morte, le piaghe non sono altro che un mimino saggio dell’eterno supplizio che divora i dannati. Sono in molti in questi nostri sciagurati tempi “post-moderni” a non credere all’esistenza dell’Inferno o ad immaginarne la totale assenza in esso di anime umane (solo i demoni starebbero in questo “luogo” di perdizione), oppure ridurlo ad una sorta di nuovo limbo dopo essersi troppo frettolosamente sbarazzati di quello tradizionale (facendo coincidere l’Inferno con il semplice stato di privazione della visione beatifica, che è esattamente ciò che caratterizza la condizione di chi muore privo della grazia santificante ma senza colpe proprie e attuali).
 
Tutto ciò, peraltro, anzitutto in barba ai chiarissimi, espliciti (oltre che simbolici), crudi e reiterati riferimenti all’inferno a cui Gesù in persona non mancò più volte -come vedremo- di ricorrere, per ammonire circa l’esistenza di esso e la reale possibilità (non certo voluta da Dio, ma possibile a causa della protervia degli uomini) di un’eterna dannazione. A dispetto, inoltre, di tutti gli altri dati del Nuovo e anche dell’Antico Testamento che, senza alcun margine di dubbio, parlano (anche questo lo vedremo) dell’esistenza dell’Inferno come realtà purtroppo “abitata” da chi vi precipita rifiutando la salvezza.
 
Contraddicendo, infine, la più antica tradizione della Chiesa nonché il Magistero ufficiale della Chiesa che ha definito come dogma di fede l’esistenza dell’inferno come luogo destinato a chi “muore in stato di peccato mortale” (Denz 1002, 1306) senza essersi pentito.
 
L’obiezione più comune contro l’esistenza stessa dell’Inferno oppure a sostegno di un suo fantasioso “essere vuoto” (dato contraddetto dalle parole esplicite di Gesù, sia quelle sul giudizio universale - Mt 25,41 - sia quelle sul ricco cattivo e il povero Lazzaro - Lc 16,23) verte su un’errata comprensione della Divina Misericordia. Dio, che è buono, non potrebbe tollerare che un pover’uomo, peraltro spesso ignaro dell’esistenza reale dell’inferno, possa precipitare in uno stato di eterno tormento senza possibilità di redenzione alcuna. Questa obiezione rivela la propria molteplice speciosità alla luce di poche ed elementari considerazioni.
 
- Anzitutto il fatto che la misericordia divina raggiunge solo chi riconosce il peccato come tale, se ne pente sinceramente (col proposito di mai più commetterlo) e ne chiede umilmente perdono a Colui che, per ottenere la remissione dei peccati, ha subito la Passione e la Morte di croce.
 
- Secondo, l’esistenza della Divina Giustizia a fianco della Divina Misericordia. Divina Giustizia che esige che chi, liberamente e volontariamente, si è chiuso ostinatamente nel rifiuto della salvezza, consegnando la sua anima nelle mani di satana fino alla morte (che lo trova esattamente in questo stato), abbia ciò che liberamente ha scelto: la separazione da Dio e la soggezione a colui a cui, peccando, ha dato - volente o nolente - culto e gloria per tutta la sua vita terrena. E che è molto cattivo.
 
- Terzo, non si può dire di essere del tutto ignoranti (e, ancor più raramente, incolpevolmente ignoranti) dell’esistenza dell’inferno, quando, solo per fare un banale esempio, un’opera quale la Divina Commedia di Dante Alighieri è universalmente conosciuta in tutto il mondo ed è più che noto che il “materiale dottrinale” da cui il Vate ha attinto per tale capolavoro non è altro che la rivelazione e la tradizione della Chiesa. Dinanzi ad una tale informazione è dovere assai grave della persona vagliare e verificare bene, informarsi e confrontarsi, riflettere e ponderare, trattandosi di cosa gravissima e destinata ad incidere non per qualche tempo o su qualche vita, ma per tutta l’eternità e, potenzialmente, su ogni vita che rifiuti di accogliere la salvezza operata da Dio. 
 
L’inferno non è dunque affatto la negazione della Divina Misericordia, ma l’affermazione della libertà dell’uomo e del rispetto che dinanzi ad essa ha Dio stesso, con tutte le responsabilità che un suo esercizio sbagliato comporta, il quale è da Dio rispettato ma mai né benedetto, né approvato. Altrimenti non avrebbe rivelato i dieci comandamenti e non ci avrebbe donato la Santa Madre Chiesa incaricata, tra le alte cose, di predicare la verità non solo nelle materie di fede ma anche in ciò che attiene ai costumi e questo semplicemente per consentire alle persone di scampare dal pericolo della dannazione e raggiungere la “meta della nostra fede, cioè la salvezza delle anime” (1Pt 1,9).
 
Nell’insegnamento di san Tommaso d’Aquino, perfettamente radicato nella dottrina tradizionale della Chiesa, le pene dell’inferno - che sono eterne come eterno è l’inferno medesimo - sono di una duplice natura: la pena del danno (consistente nell’eterna privazione della visione beatifica di Dio, che è il motivo principale per cui ogni anima è creata) e la pena del senso (cioè dei veri e propri tormenti, percepiti anche nello stato di anima separata, alcuni comuni a tutti i dannati altri “personali”, cioè dipendenti dal numero, la specie e la gravità dei peccati commessi in vita). Queste, secondo il Dottore Angelico, sulla base dei dati testuali offerti soprattutto dalla Sacra Scrittura sono le pene del senso comuni a tutti i dannati.
 
- Anzitutto la pena del fuoco eterno. Tale fuoco non è metaforico ma materiale (S. Th., q. 97, a. 5) e la sua reale esistenza e consistenza si fonda sui seguenti testi biblici: Ger 17:4: “Dovrai, perfino, ritirare la tua mano dalla tua eredità, quella che ti avevo dato, perché ti farò servire i tuoi nemici in un paese che non conosci. Un fuoco, infatti, avete acceso nell'ira mia che in eterno rimarrà acceso!”; Mt 18:8: “Se la tua mano o il tuo piede ti è di scandalo, taglialo e gettalo via da te. E' meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno”; Mt 25:41: “Allora dirà anche a quelli della sua sinistra: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli!”; Giuda 1,7: “Così come Sodoma e Gomorra e le città circonvicine che, avendo prevaricato nello stesso modo e avendo seguito passionalmente una sessualità diversa da quella naturale, costituiscono un esempio ammonitore, soffrendo la pena del fuoco eterno”.
 
- Insieme al fuoco (reale, ed al tempo stesso simbolo di tutti i tormenti) ci sarà un violentissimo freddo, ed i dannati “passeranno da un violentissimo calore ad un violentissimo freddo senza provarne alcun refrigerio” (S. Th., q. 97, a. 1, ad 3). I testi sul gelo (“stridore di denti”) sono i seguenti: Mt 8,12; Mt 13,42; Mt 13,50; Mt 22,13; Mt 24,51; Mt 25,30 (i testi sono riportati più in basso).
 
- Ci sarà poi la pena del verme che non muore, che si identifica col rimorso di coscienza. La metafora del verme serve ad indicare che il rimorso nasce, come i vermi, dalla putredine del peccato e tormenta l’anima, come fa il verme col suo morso (S. Th., q. 97, a. 2). Testi biblici: Mc 9:48: “[…] nella Geenna, dove il loro verme non muore ed il fuoco non si estingue”. Is 66,24: “Uscendo vedranno i cadaveri degli uomini che si sono ribellati contro di Me; poiché il loro verme non morirà, il loro fuoco non si spegnerà e saranno un abominio per tutti”. Gdt 16,17: “Guai alle genti che insorgono contro il mio popolo: il Signore onnipotente li punirà nel giorno del giudizio, immettendo fuoco e vermi nelle loro carni e piangeranno nel tormento per sempre”. Sir 7,17: “Umilia profondamente la tua anima, perché castigo dell’empio sono fuoco e vermi”. I dannati avranno in eterno il rimorso di quello che hanno fatto e la coscienza che sarebbe stato perfettamente evitabile se solo avessero agito diversamente e accolto la Divina Misericordia.
 
- Poi ci sarà il pianto, cioè l’afflizione interiore profondissima, identificabile con la disperazione (S. Th., q. 97, a. 3). Anche essa è provata dai seguenti testi biblici: Mt 8,12: “[…] mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre esteriori; là sarà pianto e stridore di denti”. Mt 13,42: “[…] perché li gettino nella fornace ardente. Là sarà pianto e stridore di denti”. Mt 13,50: “[…] e li getteranno nella fornace ardente. Là sarà pianto e stridore di denti”. Mt 22:13: “Allora il re disse ai suoi servitori: «Legatelo mani e piedi e gettatelo nelle tenebre esteriori: là sarà pianto e stridore di denti”. Mt 24:51: “[…] e lo farà a pezzi, facendogli toccare la stessa sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti”. Mt 25:30: “[…] e il servo infingardo, gettatelo nelle tenebre esteriori; là sarà pianto e stridore di denti”.
 
- Infine ci saranno le tenebre o oscurità, in modo che ci sarà un buio insopportabile, ma in cui, purtroppo, si vedranno in una certa penombra solo le cose capaci di affliggere il cuore (tra cui la bruttezza dei demoni); e ciò per disposizione divina. Testi biblici: Mt 22,13: “Allora il re disse ai suoi servitori: «Legatelo mani e piedi e gettatelo nelle tenebre esteriori: là sarà pianto e stridore di denti»”. Mt 25,30: “E il servo infingardo, gettatelo nelle tenebre esteriori; là sarà pianto e stridore di denti”. Mt 8,12: “[…] mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre esteriori; là sarà pianto e stridore di denti”. 2 Pt 2,17: “Costoro sono sorgenti senz'acqua, nubi in preda al vento della tempesta: è riservato loro il buio delle tenebre”. Giuda 1,13: “[…] onde selvagge del mare che spruzzano la schiuma della loro vergogna, stelle erranti alle quali è riservato il buio delle tenebre eterne!Tb 14,10: “Vedi, figlio, quanto fece Nadab a Achikar, suo padre adottivo; non l'ha fatto scendere vivo sotto terra? Ma Dio ripiegò l'infamia in faccia al colpevole: Achikar ritornò alla luce, mentre Nadab entrò nelle tenebre eterne per aver tentato di far morire Achikar”.
 
I santi hanno sempre raccomandato di meditare con estrema attenzione queste terribili ma salutari verità. Non pensarci o farsene beffa non fa altro che male a noi e bene a quegli esseri inqualificabili che esistono solo per portare altri esseri intelligenti nella loro meritata condanna. La Rivelazione non è stata data da Dio per scherzo. E nostro Signore Gesù Cristo ha sofferto Lui stesso le pene dell’inferno non perché non avesse altro di meglio da fare, ma per risparmiarle a noi. A condizione che accogliamo la sua salvezza e abbandoniamo per sempre il peccato mortale, che dell’inferno rappresenta la porta di ingresso che solo il pentimento sigillato dal Sangue di Gesù può chiudere.
 
Tratto dal blog di don Leonardo Maria Pompei DominaMeaetMaterMea

giovedì 23 novembre 2017

Il peccato originale ed il Diavolo

 
390 Il racconto della caduta (degli Angeli)(GENESI cap.3) utilizza un linguaggio di immagini, ma espone un avvenimento primordiale, un fatto che è accaduto all'inizio della storia dell'uomo. 507(Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes). La Rivelazione ci dà la certezza di fede che tutta la storia umana è segnata dalla colpa originale liberamente commessa dai nostri progenitori (Adamo ed Eva). 508(Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali)
 
 La caduta degli angeli
 
391 Dietro la scelta disobbediente dei nostri progenitori c'è una voce seduttrice, che si oppone a Dio, 509 la quale, per invidia, li fa cadere nella morte. 510 La Scrittura e la Tradizione della Chiesa vedono in questo essere un angelo caduto, chiamato Satana o diavolo.511 La Chiesa insegna che all'inizio era un angelo buono, creato da Dio. «Diabolus enim et alii dæmones a Deo quidem natura creati sunt boni, sed ipsi per se facti sunt mali –Il diavolo infatti e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi». 512(Concilio Lateranense IV (anno 1215), Cap. 1, De fide catholica)
 
392 La Scrittura parla di un peccato di questi angeli.513 Tale «caduta» consiste nell'avere, questi spiriti creati, con libera scelta, radicalmente ed irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo Regno. Troviamo un riflesso di questa ribellione nelle parole rivolte dal tentatore ai nostri progenitori: «Diventerete come Dio» (Gn 3,5). «Il diavolo è peccatore fin dal principio» (1 Gv 3,8), «padre della menzogna» (Gv 8,44).
 
393 A far sì che il peccato degli angeli non possa essere perdonato è il carattere irrevocabile della loro scelta, e non un difetto dell'infinita misericordia divina. «Non c'è possibilità di pentimento per loro dopo la caduta, come non c'è possibilità di pentimento per gli uomini dopo la morte».514 (San Giovanni Damasceno, Expositio fidei 18)
 
394 La Scrittura attesta la nefasta influenza di colui che Gesù chiama «omicida fin dal principio» (Gv 8,44), e che ha perfino tentato di distogliere Gesù dalla missione affidatagli dal Padre. 515 «Il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo» (1 Gv 3,8). Di queste opere, la più grave nelle sue conseguenze è stata la seduzione menzognera che ha indotto l'uomo a disobbedire a Dio.
 
395 La potenza di Satana però non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l'edificazione del regno di Dio.
 
Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni –di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica– per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina provvidenza, la quale guida la storia dell'uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell'attività diabolica è un grande mistero, ma «noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28).
 
Il primo peccato dell'uomo
 
397 L'uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore 516 e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio. In ciò è consistito il primo peccato dell'uomo. 517 In seguito, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà.
 
399 La Scrittura mostra le conseguenze drammatiche di questa prima disobbedienza. Adamo ed Eva perdono immediatamente la grazia della santità originale. 519 Hanno paura di quel Dio 520 di cui si sono fatti una falsa immagine, quella cioè di un Dio geloso delle proprie prerogative. 521
 
400 L'armonia nella quale essi erano posti, grazie alla giustizia originale, è distrutta; la padronanza delle facoltà spirituali dell'anima sul corpo è infranta; 522 l'unione dell'uomo e della donna è sottoposta a tensioni; 523 i loro rapporti saranno segnati dalla concupiscenza e dalla tendenza all'asservimento. 524 L'armonia con la creazione è spezzata: la creazione visibile è diventata aliena e ostile all'uomo. 525 A causa dell'uomo, la creazione è soggetta alla schiavitù della corruzione. 526 Infine, la conseguenza esplicitamente annunziata nell'ipotesi della disobbedienza 527 si realizzerà: l'uomo tornerà in polvere, quella polvere dalla quale è stato tratto. 528 La morte entra nella storia dell'umanità. 529
 
401 Dopo questo primo peccato, il mondo è inondato da una vera «invasione» del peccato: il fratricidio commesso da Caino contro Abele; 530 la corruzione universale quale conseguenza del peccato; 531 nella storia d'Israele, il peccato si manifesta frequentemente soprattutto come infedeltà al Dio dell'Alleanza e come trasgressione della Legge di Mosè; anche dopo la redenzione di Cristo, fra i cristiani, il peccato si manifesta in svariati modi. 532

mercoledì 22 novembre 2017

Padre Sosa ed il Diavolo

“Abbiamo creato figure simboliche, come il diavolo, per esprimere il male”. “Dottrina è una parola che non mi piace molto, porta con sé l’immagine della durezza della pietra, invece la realtà umana è molto più sfumata, non è mai bianca o nera, è in uno sviluppo continuo”.

Queste parole non vengono da un membro qualunque della Chiesa. Chi le ha pronunciate è quello che viene chiamato il "Papa nero" della Chiesa, ovvero il Generale dei gesuiti padre Arturo Sosa, uno dei consiglieri del Santo Padre. Si sperava che quest'ultimo si fermasse a “bisognerebbe incominciare una bella riflessione su che cosa ha detto veramente Gesù...a quel tempo nessuno aveva un registratore per inciderne le parole” (QUI) e che per queste parole, datate 18 febbraio 2017, chiedesse scusa, ritrattando. Purtroppo, così non è stato. Anzi, ha rincarato la dose. Scandalose, le sue parole citate all'inizio, ma per nulla sorprendenti, dati i tempi non facili che corrono nella Chiesa. Da vari decenni, per rimanere in tema, molte predicazioni e studi cattolici dimenticano il diavolo. Alcuni teologi non solo tacciono su questo personaggio richiamato più volte da Gesù, ma spesso ne parlano come di una metafora banale: un frutto della fantasia pagana, penetrato poi nel giudaismo. Considerando il ruolo che ricopre, risulta difficile credere che padre Sosa non si renda conto del drammatico errore in cui può indurre i credenti.

(Testo di Daniele Barale QUI)

La posizione di padre Sosa è falsa ed inaccettabile, in totale controtendenza con la dottrina professata dalla Chiesa in duemila anni di storia. Non è una novità che un sacerdote neghi l’esistenza del demonio come entità dotata di volontà, per anni infatti il ministero degli esorcisti ha lottato affinché gli venisse riconosciuto uno status ufficiale.

La Bibbia ed il Diavolo

Stavolta faccio parlare del Diavolo, Daniele Barale con un articolo tratto da QUI :
 
"Del resto, chiunque abbia una conoscenza anche minimale del Nuovo Testamento avrebbe un po’ di remore prima di dimenticare le parole nette della Prima Lettera di Pietro (ovvero proprio di colui a cui Gesù stesso affidò la sua chiesa, sulla quale “le porte degli inferi non prevarranno”): “Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi” ((I lettera 5, 8-9).
 
Ecco perché la Chiesa ha istituito anche la funzione dell’esorcistato per allontanare il demonio dalle persone che egli ha posseduto e dai luoghi che egli ha infestato.
Tutta la Bibbia, a cominciare dal Libro della Genesi, parla dell’esistenza del diavolo e degli angeli ribelli, della loro cacciata dal Cielo e della loro azione volta a impedire l’amicizia dell’uomo con Dio.
 
Per non parlare del Nuovo Testamento: 27 libri canonici, tra cui i 4 Vangeli sinottici, in cui Cristo rivela che la propria missione è liberare gli uomini dal potere di Satana e quindi dal peccato. Compresi i numerosi esorcismi che Egli ha fatto, come nel caso dell'indemoniato di Gerasa (San Marco 5, 1-20), le tre volte in cui ha respinto il diavolo, le tentazioni durante il digiuno di 40 giorni nel deserto (San Matteo 4,1-11, San Marco 1,12-13 e San Luca 4,1-13)."

martedì 21 novembre 2017

L'inferno ed il Diavolo

 

Il Diavolo, ormai per tanti cristiani cattolici e soprattutto per quelli progressisti e modernisti, e purtroppo anche per tanti sacerdoti e grandi teologi, non esiste, è solo una rappresentazione simbolica del male inteso in senso astratto ed impersonale. Di conseguenza, per essi, non esistendo il Diavolo non esiste neppure il luogo dove egli dimora con i suoi seguaci, cioè l’inferno. La Sacra Scrittura però ci ricorda spesso questa tremenda realtà ultraterrena ed eterna. In particolare nei Vangeli sono descritti tanti episodi dove Gesù Cristo, che è venuto al mondo per distruggere le opere del Diavolo(1 Gv 3,8)incontra gli spiriti immondi che lo riconoscono(cfr. Mc 1,23)e gli parlano per bocca dei posseduti(cfr.Mt8,28ss). 
L’autorità del Signore Gesù, unitamente alla sua Divinità, si rivela particolarmente nei miracoli ed in questi episodi, in cui Egli dispone sempre in maniera assoluta e vincente del loro destino: gli spiriti del Male vengono cacciati, vinti e questi, sconfitti per sempre, ne riconoscono sia l'autorità che la Divinità. Gesù è il primo esorcista nella storia della Chiesa, il primo che, sulla terra, ha affrontato, combattuto e sconfitto Satana e la schiera di tutti gli Angeli decaduti e, affinché la sconfitta fosse perpetuata nei secoli, fino alla fine del mondo, ha dato anche ai suoi Apostoli e discepoli la facoltà di combattere e continuare a vincere il Maligno.
 
Alla luce dei tanti episodi che narrano di Satana e degli altri spiriti maligni, sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento, tutti coloro che negano l’esistenza del Diavolo, considerandolo soltanto come un’idea astratta del male che serve solamente per impaurire l’uomo, chiaramente si sbagliano. Riferendo dei demoni, la Sacra Scrittura ci parla di esseri che hanno mente, volontà, libertà e intraprendenza. Lo confermano la Tradizione ed il ministero della Chiesa. Quindi, chi nega il Diavolo, nega una verità di fede, nega la Tradizione, il Magistero della Chiesa ed in ultimo il peccato e non è capace di comprendere l’opera della redenzione di Cristo. Non è un caso se Egli al principio della sua attività pubblica, dopo il battesimo nel fiume Giordano, si sia preparato ad affrontare il Demonio, ritirandosi in solitudine nel deserto per quaranta giorni e quaranta notti, corroborato dalla preghiera e dal digiuno.
Un passo del Vangelo molto significativo, dove Gesù parla espressamente della realtà dell'inferno e del Maligno è quello di Matteo al capitolo 25 versetti 31-46:
 
 

"Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. […]. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. […]  E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna".