La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





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giovedì 26 aprile 2018

Quando i cuori sono induriti

 
«Che vantaggio trae l’umanità dalle migliaia di disgraziati che ogni anno vengono al mondo, dai sordi e dai muti, dagli idioti e dagli affetti da malattie ereditarie incurabili, tenuti in vita artificialmente fino a raggiungere l’età adulta?...Quale immenso grumo di sofferenza e dolore tale squallore comporta per gli stessi sfortunati malati, quale incalcolabile somma di preoccupazione e dolore per le loro famiglie, quale perdita in termini di risorse private e costi per lo Stato a scapito dei sani! Quante sofferenze e quante di queste perdite potrebbero venire evitate se si decidesse finalmente di liberare i totalmente incurabili dalle loro indescrivibili sofferenze con una dose di morfina».

Qualcuno potrebbe pensare che queste parole siano state pronunciate da qualche gerarca nazista. E invece no, risalgono a ben prima del nazismo: si trovano nel libro “L’enigma della vita”, scritto nel 1904 da Ernst Haeckel. Conosciuto come il fondatore dell’ecologia, Haeckel è soprattutto un entusiasta discepolo di Charles Darwin e delle sue teorie sulla selezione naturale. E quindi di Francis Galton (1822-1911), cugino di Darwin e padre della Eugenetica. Galton porta alle estreme conseguenze la teoria darwiniana sulla selezione naturale: poggiandosi anche sulla recente scoperta dell’ereditarietà dei geni si pone la domanda sul come “guidare” questa selezione in modo da migliorare la razza umana.
 
Nascono così le Società di Eugenetica nei primissimi anni del ‘900. All’inizio si parlava soprattutto di Eugenetica “positiva”, ovvero attraverso matrimoni selettivi privilegiando quelli tra i migliori elementi della società. Ma ben presto si passa a quella “negativa”, cioè il divieto ai deboli di riprodursi. Non per niente leggi eugenetiche (con sterilizzazioni forzate dei “non adatti”) tra il 1910 e il 1925 vengono approvate e applicate in diversi paesi nord-europei e in gran parte degli stati degli USA.
È un quadro che aiuta meglio a inquadrare quanto sta avvenendo all’ospedale Alder Hey Liverpool dove il piccolo Alfie Evans viene trattato come uno “scarto” da eliminare.

Molti in questi giorni, leggendo anche le agghiaccianti sentenze dei giudici britannici, hanno rievocato le leggi naziste sulla selezione della razza.
Se il regime tedesco ebbe certamente la possibilità di applicare certe idee, è riduttivo e alla fine fuorviante ridurre la mentalità eugenetica al nazismo. Al contrario, è proprio la Gran Bretagna di fine ‘800-inizio ‘900 all’origine di quel movimento razzista e di quella “cultura dello scarto” (come direbbe papa Francesco) che ebbe poi massimo fulgore nel Terzo Reich. E la Germania nazista forse non avrebbe avuto la possibilità di implementare certi programmi se non fosse stato per i generosi finanziamenti delle grandi fondazioni americane e britanniche e per il grande consenso che riscuotevano in Europa. Il professore Ernst Rudin, psichiatra nazista e teorico delle leggi razziali, potè aprire il suo Istituto Kaiser Guglielmo per l’Antropologia, l’Eugenetica e la Genetica Umana (Monaco, 1927) grazie ai fondi della famiglia Rockefeller. E del resto Hitler poteva contare sull’amicizia e sulla solidarietà di altri capi di governo, anch’essi appartenenti alle Società Eugenetiche, come ad esempio il premier britannico Arthur Neville Chamberlain e il primo ministro collaborazionista francese Henri-Philippe Pétain.
 
Dunque non è la Germania nazista l’origine del problema ma proprio quella Gran Bretagna liberale che oggi ci fa inorridire.
Non è corretto neanche parlare di un “ritorno”. In realtà il movimento eugenetico non se ne è mai andato; si è solo trasformato perché alla fine della Seconda Guerra Mondiale e a causa di quanto avvenuto in Germania, la parola “eugenetica” non godeva più di buona fama. Così pian piano le Società di Eugenetica si trasformano, anzitutto in società di ricerca genetica o di biologia, ma anche semplicemente cambiano nome per rendersi più presentabili.

È il caso della Società di Eugenetica britannica: non ha mai smesso la sua attività, semplicemente oggi si chiama Galton Institute e soprattutto attraverso la sua annuale “Galton Lecture” valorizza gli studi sulla genetica che vanno nella direzione della costruzione dell’uomo “su misura”. Tanto per fare un esempio, la Galton Lecture 2018 vedrà protagonista la professoressa Jennyfer Doudna, autrice di una ricerca – eticamente molto controversa – sull’editing del genoma. Scopo di tanti studi del Galton Institute è quello di arrivare alla “costruzione” di individui con le caratteristiche volute, fisiche e morali.
Quello che attribuiamo al nazismo, dunque, è in realtà una cultura ben radicata nel Regno Unito (e non solo), tuttora molto seguita. Anzi, come dimostra il caso di Alfie Evans, essa viene ormai apertamente praticata negli ospedali e proclamata nelle aule di tribunale senza che nessun settore della società muova un dito, faccia un sobbalzo o almeno trovi qualcosa di sinistro in tutto ciò.
 
(Riccardo Cascioli)
'Alfie "scartato", la radice del male sta in Inghilterra'
Tratto da QUI

Quando i cuori sono induriti.....1

Assassini. Sono solo degli assassini. Non c’è altro modo con cui definirli. Medici, giudici, politici e anche ecclesiastici. Tutti degli assassini. Chi ha visto cosa è successo ieri, con Alfie continuare a respirare malgrado il distacco dal ventilatore, e ancor prima con quel suo muovere gli occhi e reagire agli stimoli che gli arrivavano da intorno, non può sfuggire a questa evidenza: si vuole uccidere un bambino chiaramente vivo. Disabile grave, certo. Quasi certamente senza speranza di guarire o migliorare significativamente, certo. Ma vivo. Una persona, la cui vita è sacra. E lo vogliono uccidere. Gli uomini vogliono prendersi ciò che è di Dio. Un bambino che ha solo bisogno di sentire ancora l’amore attorno a sé, l’amore che i suoi genitori non hanno mai smesso di dargli. Un amore che egli stesso contribuiva a generare con la sua presenza.
 
Con Alfie vogliono togliere un pezzo di amore da questo mondo. Con Alfie vogliono uccidere anche la speranza, quella speranza che anche tanti uomini di Chiesa – a cominciare dall’Inghilterra – sembrano non avere più da tempo.
 
Ma l’amore che Alfie, aiutato dai suoi indomabili genitori Tom e Kate, ha saputo far rinascere nei cuori di milioni di persone non andrà perduto. Malgrado le tenebre cerchino di prendere il sopravvento, la Luce è lì, più splendente che mai. Per chi vuole vederla, e seguirla.
 
(Riccardo Cascioli)
 
Tratto da QUI 'Assassini, non ci sono altre parole'

Quando i cuori sono induriti.....2

 
Nei giorni della speranza e dell’angoscia per Alfie Evans, nei giorni dei colloqui e delle preghiere, delle proteste e delle lacrime, c’è un terribile silenzio che sconcerta e amareggia, in Inghilterra: quello di Buckingham Palace. Nessuna parola è stata spesa da parte di Elisabetta II per il suo piccolo suddito. Eppure la Sovrana era stata chiamata in causa nei giorni scorsi direttamente dai genitori di Alfie: con un linguaggio commovente e perfino dal sapore arcaico, gli Evans avevano chiesto la “protezione della vita e della libertà del vostro suddito di ventitre mesi Alfie Evans”.
 
Veniva ricordato alla grande sovrana del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord che dei giudici delle Corti di Sua Maestà hanno dato l’ordine di uccidere Alfie mediante l’attuazione di un protocollo  e di respingere ogni tentativo di liberarlo dall’ospedale in cui è trattenuto contro la volontà dei suoi genitori, ordini “crudeli”, scrivevano gli Evans, mai autorizzati da un parlamento democratico. “Questi giudici pretendono di esercitare l’antica giurisdizione autocratica di Vostra Maestà sulla vita e la morte dei suoi sudditi”.
 
Concludevano la lettera con questo appello commovente e grandioso: “Come sudditi leali, ci rifiutiamo di credere che Vostra Maestà abbia mai comandato che tali azione malvagie siano compiute, e denunciamo la condanna a morte e l’imprigionamento di Alfie come un’usurpazione sediziosa contro Vostra Maestà”. Una conclusione straordinaria: gli Evans segnalano alla Regina che dei giudici- dei suoi collaboratori nell’amministrare la giustizia nel Regno- la stanno tradendo, stanno tradendo il più nobile spirito della giustizia britannica.
Sembra di trovarsi in un racconto antico, uscito dalle pagine di un Robert Benson: dei sudditi leali e fedeli vogliono mettere in guardia la Regina dal male che si sta commettendo alle sue spalle.
Sembra di rivivere il dramma di Tommaso Moro, del vescovo John Fisher, di quei cattolici inglesi che amavano la loro patria ma ancor di più amavano la Verità. Elisabetta II, di fronte a questo atto di amore e di devozione, ha taciuto. Ha taciuto nel giorno del suo compleanno, quando un atto di clemenza sarebbe stato visto come un grande gesto di giustizia e di misericordia, degno di colei che è anche Capo della Chiesa di Inghilterra, massima autorità religiosa.
 
Poteva farlo il 23 aprile, Festa di San Giorgio, antico Patrono di Inghilterra. Questo atto di clemenza non è venuto. Il silenzio impenetrabile di Buckingham Palace non è stato rotto dalla voce di una sovrana che è rimasta indifferente di fronte al dramma del suo piccolo suddito e dei suoi genitori. Un silenzio che lascia sconcertati. Perché un sovrano deve essere necessariamente il Re di tutti, garantendo a tutti la giustizia. Molto più di un Presidente della Repubblica, che è sempre e comunque un uomo di parte, se non di partito, e in Italia Giorgio Napolitano ne diede ampia prova nel caso del tentativo di salvare Eluana Englaro. Una regina no: è stata educata e formata per proteggere il proprio popolo.
 
Ma Elisabetta, che sarà l’ultima vera monarca di Inghilterra, ha mostrato tutta la fragilità e l’inconsistenza morale della sua dinastia, quella degli Hannover, che tre secoli fa venne messa sul Trono di Londra da una classe dirigente economica e finanziaria, da una aristocrazia avida e rapace, che non ne voleva sapere dei sovrani legittimi, i cattolici Stuart.
 
Misero al posto degli Stuart dei re travicelli, per poter fare i propri comodi nel reggere le leve del potere. Oggi, dopo tre secoli, questo potere, che si esprime in ambito anche giudiziario, non intende certo farsi mettere in discussione da una povera famiglia papista di Liverpool, e la Regina assiste muta a questo scempio.
 
(Paolo Gulisano) Tratto da QUI
 
'L'inconsistenza morale di Elisabetta II, muta nello scempio'

Quando i cuori sono induriti.....3

Ancora una volta, a proposito della questione morale relativa alla vicenda del piccolo Alfie Evans, i pastori della Chiesa cattolica, ossia i vescovi, hanno saputo dire solo due cose: che la sfida è complessa e che bisogna uscirne trovando un consenso tra tutti gli interessati. Ci si chiede: per ricordarci due cose così vuote sono proprio necessari dei pastori? Per così poco siamo troppo perfino noi poveri fedeli laici.

E poi ancora: ad affermazioni di questo tipo, così evanescenti, che tipo di obbedienza, o di ossequio, o di semplice ascolto dobbiamo? A cosa servono le innumerevoli cattedre di teologia morale delle istituzioni accademiche cattoliche, pontificie e non, se poi l’indicazione davanti alla vita o alla morte, davanti allo Stato-padrone che procede come un Dio, un Uomo, un Animale, una Macchina e decreta chi è degno di vivere o no, si riduce a dire che la realtà è complessa e che bisogna procedere concordi?
Da tempo nella Chiesa si nota una grande attenzione pastorale per come si agisce piuttosto che per i contenuti dell’agire stesso. È così che diventa assolutamente prioritario agire concordi e condividere. Fare una certa cosa “insieme” diventa più importante di stabilire se quella cosa è buona o meno buona. È uno dei tanti modi in cui oggi si preferisce la pastorale alla dottrina.
Mi viene in mente una famosa frase di don Lorenzo Milani: «Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l'avarizia». È una frase che non ho mai capito. Sortirne insieme è proprio anche di una banda di briganti, se eliminiamo il contenuto di quel sortirne insieme. Sortirne insieme non basta a rendere buona una azione. L’azione è buona o non è buona in sé, indipendentemente da quanti raggiungono un accordo su di essa. Non è mai il consenso a stabilire la bontà e la verità delle cose e farle insieme dice solo che si sono fatte insieme, niente altro.
A proposito di Alfie Evans, mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha dichiarato: «Date le soluzioni comunque problematiche che si prospettano nell’evoluzione delle circostanze, riteniamo importante che si lavori per procedere in modo il più possibile condiviso. Solo nella ricerca di un’intesa tra tutti, un’alleanza d’amore tra genitori, famigliari e operatori sanitari, sarà possibile individuare la soluzione migliore per aiutare il piccolo Alfie in questo momento così drammatico della sua vita».
Una convergenza d’amore è senz’altro auspicabile. Ma l’amore è guidato o meno dalla verità. Per qualcuno anche uccidere il piccolo Alfie potrebbe essere riconducibile ad un atto d’amore. Anche il giudice che ha emesso la sentenza potrebbe essere stato spinto da un atto d’amore, evitando ad Alfie di proseguire una vita che secondo lui era senza senso.
Procedere in modo il più possibile condiviso è pure una cosa apprezzabile, ma per fare cosa? Ammettiamo per assurdo che tutti e tre i soggetti in causa – genitori, giudici, sanitari – fossero concordi nel far morire il piccolo Alfie: quel consenso sarebbe apprezzabile? O sarebbe meglio che qualcuno avesse dissentito, rompendo una colpevole armonia di vedute? “Sortirne da soli” talvolta è meglio che “sortirne insieme”, non sono gli accordi a fare la verità, ma il contrario.
Lo stesso concetto lo abbiamo più o meno ritrovato nella dichiarazione resa pubblica dai vescovi inglesi, perfino con una notevole aggravante: «Noi affermiamo la nostra convinzione che tutti coloro che stanno prendendo decisioni angosciose riguardanti la cura di Alfie Evans agiscono con integrità e per il bene di Alfie, secondo come lo vedono».

Qui addirittura il concordismo è svincolato da una minima ricerca della verità e del bene, perché il bene di Alfie può essere visto da più punti di vista. Quindi non solo l’essere concordi viene proposto come un bene, indipendentemente dai contenuti ma solo per il fatto di concordare, ma si sostiene anche che si agisce concordi anche quando si opera in base a diverse concezioni del bene. Chiamiamolo un concordismo nella discordanza. Perché mai un fedele inglese dovrebbe ascoltar5e i suoi vescovi? E se i vescovi non si meritano l’ascolto dei fedeli a cosa servono?
Il concordismo, con questa sua smania appiccicosa per il condividere e per il consenso, elimina ogni residuo riferimento all’oggettività del bene. I pastori ricorrono al concordismo come unica indicazione da dare nella comp0lessità delle situazioni. Come se la luce del Verbo incarnato ci avesse lasciato sperduti e ciechi dentro situazioni indecifrabili anziché farci vedere la verità, che nel caso di Alfie Evans era addirittura lampante, altro che complessità.
Al concordismo e alla condivisione bisogna ormai fare obiezione di coscienza, rifiutarsi di “sortirne insieme” e avere il coraggio in certi casi di “sortirne da soli”.
 
(Stefano Fontana) Tratto da QUI

giovedì 19 aprile 2018

Please, help me save Alfie!

Qui è Padre Giovanni Scalese che scrive dal suo BLOG :

La vicenda di Alfie Evans, che sta giustamente attirando la nostra attenzione in questi giorni, mi ha fatto fare alcune brevi riflessioni, che vi propongo cosí come mi sono venute in mente, senza alcuna pretesa di completezza e sistematicità. E scusandomi per l’eventuale confusione.
Accanimento eutanasico. Oggi la Nuova Bussola Quotidiana pubblica un articolo di Tommaso Scandroglio, che evidenzia le contraddizioni della sentenza della Corte di Appello inglese, che lunedí scorso ha respinto la richiesta di trasferire il bambino in un altro ospedale per il suo best interest. Visto che nel Regno Unito l’eutanasia è un reato, i giudici, per giustificare la decisione di lasciar morire Alfie, hanno tirato fuori la scusa dell’accanimento terapeutico. Ciò significa che avevo visto giusto quando, nel post dell’11 marzo avevo giudicato quanto meno “imprudente” da parte del Papa parlare di accanimento terapeutico in un momento in cui il vero problema è l’eutanasia. In questa vicenda, come è stato giustamente fatto notare, se c’è un accanimento, non è certo quello terapeutico, ma esclusivamente l’accanimento eutanasico e, se vogliamo, l’accanimento giudiziario. Disquisire in questo contesto sull’accanimento terapeutico non può che costituire un supporto indiretto a chi cerca pretesti per praticare e giustificare l’eutanasia.

Stato totalitario. La sentenza vieta il trasferimento di Alfie in un’altra struttura ospedaliera. Come fa notare Scandroglio, siamo arrivati all’assurdo per cui il best interest di Alfie gli impedisce di fare un viaggio in aereo, lo costringe però a morire all’Alder Hey Hospital. Ma, al di là della soppressione della logica, siamo arrivati anche all’instaurazione dello Stato assoluto, che ha potere di vita e di morte sui suoi cittadini (ha ancora senso parlare di “cittadini”? Non sarebbe piú corretto tornare a far uso del termine, che pensavamo definitivamente superato, di “sudditi”?). Finora, quando un malato voleva lasciare l’ospedale, questo si cautelava facendo firmare al malato stesso o ai suoi familiari una dichiarazione con la quale l’ospedale veniva sollevato da qualsiasi responsabilità. È comprensibile che i medici vogliano tutelarsi contro eventuali futuri ricorsi. Ma impedire, con tanto di sentenza giudiziaria e piantonamento della polizia, che si possa lasciare l’ospedale significa che ormai non abbiamo piú la libertà di scegliere dove curarci e neppure quella di morire in pace dove vogliamo. E questo nella patria della democrazia moderna!
 
La perfida Albione. Ultimamente in Gran Bretagna stanno avvenendo fatti alquanto discutibili: il caso Skripal, l’attacco militare alla Siria, la vicenda del piccolo Alfie sollevano non pochi dubbi di correttezza politica e morale. La spregiudicatezza ha sempre caratterizzato la politica dell’Inghilterra nel corso dei secoli, tanto da meritarle il poco invidiabile titolo di “perfida Albione”. Non ci meraviglieremo perciò se gli inglesi continuino a non farsi condizionare da eccessivi scrupoli di carattere morale. Il fatto è che con queste ultime vicende si ha l’impressione che sia stato superato il limite della decenza. Sarà che un tempo era piú facile tenere nascosti i reali moventi di certe scelte, mentre oggi, con gli strumenti che abbiamo a disposizione, le bugie vengono subito a galla; non so, ma mi sembra che la Gran Bretagna stia attraversando una forte crisi di credibilità. Si direbbe però che, al di là dell’Inghilterra, sia tutta una civiltà, la civiltà occidentale (di cui l’Inghilterra ha sempre costituito una sorta di avanguardia), a essere caduta in una crisi profonda. Ebbene è interessante vedere come sia un bambino che non ha ancora compiuto due anni a mandare in tilt un sistema iniquo e falso, che finora era riuscito a nascondere sotto il velo della democrazia, delle buone maniere e dei valori umanitari la propria ipocrisia. Viene in mente il Salmo: «Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli» (Sal 8:3).

Una Chiesa a pezzi. Se Atene piange, Sparta non ride: non sono solo l’Inghilterra e l’Occidente a mostrare le loro crepe. Neppure la Chiesa sta facendo una gran bella figura in questa vicenda. Attenzione, non solo la “Chiesa in uscita” di Papa Francesco, vociferante sui migranti e incredibilmente afona sulle questioni bioetiche; ma anche la Chiesa piú rassicurante e tradifriendly dell’Arcivescovo McMahon, che, a quanto pare, si mostra piú interessata alle cappe magne che alla difesa della vita. Entrambe queste “Chiese” sembrano trovarsi d’accordo nel “non disturbare il conducente” della società in cui viviamo. C’è poco da fare, non possiamo piú nasconderci dietro ad alcun paravento ideologico: tradizionalisti o innovatori, siamo tutti sulla stessa barca, e purtroppo è una barca che fa acqua da tutte le parti. Chi da una parte, chi dall’altra, ci siamo rinchiusi nel nostro piccolo mondo, con le nostre sicurezze e i nostri battibecchi, e abbiamo completamente perso il contatto con la realtà. Anche in questo caso, un bambino di 23 mesi e, insieme con lui, una coppia di giovani sposi e una folla di tanta gente semplice stanno spiazzando una Chiesa che pensava di essersi aperta al mondo e che invece si sta solo dilaniando in estenuanti lotte intestine. Speriamo che questa esperienza ci faccia riflettere e ci aiuti a superare le nostre attuali difficoltà. Dobbiamo ringraziare Alfie per averci fatto aprire gli occhi sulle nostre meschinità. Una preghiera per lui è il minimo che possiamo fare in contraccambio.
 
Ieri mercoledì 18 aprile Thomas, il papà di Alfie è stato ricevuto in udienza privata dal Papa al quale ha espressamente chiesto di aiutarlo a salvare il suo bambino dalle mani dei giudici che lo hanno condannato a morte!
 
PLEASE, HELP ME SAVE ALFIE!
 

lunedì 16 aprile 2018

«Amoris laetitia» e il sacramento perduto

 
........in 'Amoris laetitia' c’è l’etica, non il sacramento, c’è la coscienza, ma non la legge divina, c’è l’antropologia, ma non la teologia, c’è l’uomo, ma non Dio. Ma «una teologia morale del matrimonio non può procedere etsi sacramentun non daretur», ovvero come se il sacramento non ci fosse.
 
Non è possibile attribuire alla logica umana del discernimento la responsabilità di dire l’ultima parola sul sacramento. In realtà è vero il contrario: è il sacramento che deve fornire il quadro entro il quale situare e valutare i criteri antropologici, psicologici e situazionali. In 'Amoris laetitia' insomma c’è una preoccupante riduzione moralistica del sacramento. Una scelta forse non del tutto consapevole, ma non per questo meno grave. E come è possibile arrivare a sostenere (si veda qui anche la critica mossa dal professor Josef Seifert) che può essere Dio stesso a chiedere di vivere una relazione difforme da quella da Lui stabilita e comandata? Eppure 'Amoris laetitia' lo dice, dimostrando fino a che punto si spinge nel mettere le pretese umane al posto della legge divina. Ma lungo questa via è l’intera morale cristiana a essere divelta.
 
Dal blog di Aldo Maria Valli

venerdì 13 aprile 2018

Coscienza liquida


A forza di vedere tutto si finisce per sopportare tutto.
A forza di sopportare tutto si finisce per tollerare tutto.
A forza di tollerare tutto si finisce per accettare tutto.
A forza di accettare tutto si finisce per approvare tutto.
       (Sant'Agostino)

giovedì 12 aprile 2018

E’ possibile una diarchia pontificia?

 
Sabato 8 aprile a Deerfield (Illinois) su invito di Catholic Family News e lunedì 10 aprile a Norwalk (Connecticut), ospite di The Society of St Hugh of Cluny, il prof. Roberto de Mattei ha parlato sul tema Tu es Petrus: la vera devozione alla Cattedra di Pietro.
 
Ecco un piccolo stralcio a proposito dei due Papi:
 
E’ significativo e inquietante quanto è accaduto in occasione del quinto anniversario dell’elezione di papa Francesco. Tutta l’attenzione dei media si è concentrata sul caso della lettera di Benedetto XVI a papa Francesco: una lettera, che è risultata manipolata e ha provocato le dimissioni del responsabile della comunicazione vaticana, mons. Dario Viganò. La discussione ha rivelato però l’esistenza di una falsa premessa da tutti accettata: quella dell’esistenza di una sorta di diarchia pontificia, per cui c’è un Papa nell’esercizio delle sue funzioni, Francesco, e c’è un altro Papa, Benedetto, che serve la Cattedra di Pietro con la preghiera e, se necessario, con il consiglio.
 
L’esistenza dei due Papi è ammessa come un fatto compiuto: si discute solo sulla natura dei loro rapporti. Ma la verità è che è impossibile che esistano due Papi.
Il Papato non è scomponibile: può esistere solo un Vicario di Cristo.
Benedetto XVI aveva la facoltà di rinunciare al pontificato, ma avrebbe dovuto, di conseguenza, rinunziare al nome di Benedetto XVI, alla veste bianca e al titolo di Papa emerito: in una parola avrebbe dovuto cessare definitivamente di essere Papa, lasciando anche la Città del Vaticano. Perché non lo ha fatto? Perché Benedetto XVI sembra convinto di essere ancora Papa, anche se un Papa che ha rinunciato all’esercizio del ministero petrino.
Questa convinzione nasce da una ecclesiologia profondamente erronea, fondata su di una concezione sacramentale e non giuridica del Papato. Se il munus petrino è un sacramento e non un ufficio giuridico, ha un carattere indelebile, ma in questo caso sarebbe impossibile rinunciare all’ufficio. La rinuncia presuppone la revocabilità dell’ufficio ed è quindi inconciliabile con la visione sacramentale del Papato.
Giustamente il card. Brandmüller giudica incomprensibile il tentativo di stabilire una specie di parallelismo contemporaneo di un papa regnante e di un papa orante:
Un papato ‘bicipite’ sarebbe una mostruosità[11].
Il diritto canonico non riconosce la figura di un Papa emeritus;
 Il dimissionario per conseguenza – afferma il card. Brandmüller- non è più né vescovo di Roma né Papa e neppure cardinale[12].
Note:
[11]Walter Brandmüller,Renuntiatio Papae. Alcune riflessioni storico-canonistiche, in “Archivio Giuridico”, 3-4 (2016), p. 660.
[12]ivi, pp. 661, 660.
 

martedì 10 aprile 2018

Galeotta fu la lettera.....

E' una vergognosa pagina in casa cattolica. Una storia intessuta con sotterfugi, falsità, raggiri ed una buona dose di faccia tosta. I personaggi sono diversi, quelli animati, tutti in tonaca, chi bianca chi nera, quelli inanimati parole, lettere e libretti.
 
C'è una collana di undici volumetti di altrettanti autori, finalizzata a "mostrare la profondità delle radici teologiche del pensiero, dei gesti e del ministero di papa Francesco". C'è Monsignor Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione. C'è Jorge Mario Bergoglio, alias Francesco, alias vescovo di Roma. C'è Benedetto XVI, alias papa emerito. C'è una lettera di Viganò a Benedetto XVI in cui si chiede una presentazione dei volumetti, una "breve e densa pagina teologica", elogiandone ovviamente il contenuto.  C'è una lettera di risposta, personale riservata. Che però è un secco no. Benedetto XVI non solo rifiuta di scrivere alcunché, ma dice di non aver letto quei libretti e di non volerli leggere neppure in futuro, anche perché tra i loro autori c'è chi, come il tedesco Peter Hünermann, s'è opposto frontalmente agli ultimi papi, da Paolo VI a lui, nel campo della dottrina morale. QUI  C'è una conferenza di presentazione degli undici volumetti, in cui si legge la lettera di risposta di Benedetto XVI, col diniego. C'è una manovra atta a nascondere parti scomode della famosa lettera. C'è un polverone mediatico. C'è una lettera di dimissioni, di Viganò, senza una minima parola di ravvedimento per l'inaudita macchinazione compiuta alle spalle di Benedetto XVI.
Così che il 17 marzo Viganò è costretto a pubblicare il testo completo della lettera e poi a dimettersi da prefetto della segreteria per le comunicazioni. O meglio, a recitare tale parte, perché il papa non lo congeda affatto, anzi, lo copre di elogi e gli rinnova il mandato di portare a compimento la sua missione, istituendo un assessorato ad hoc. QUI 
Infatti è sempre più evidente che Francesco non ha affatto licenziato o punito monsignor Dario Edoardo Viganò. Al contrario, ne ha confermato e persino rafforzato i poteri, rinnovandogli esplicitamente il mandato di portare presto a termine l'accorpamento di tutti i media vaticani, compreso "L'Osservatore Romano", in un "unico sistema comunicativo" tutto controllato da lui, in filo diretto col papa e finalizzato a curarne l'immagine di pastore esemplare e ora anche di colto teologo. QUI
 
La collana degli undici volumetti è già nelle librerie. Tra gli autori compaiono nomi di spicco del campo teologico progressista, o comunque sostenitori del "cambio di paradigma" messo in moto da Francesco, come gli argentini Carlos Galli e Juan Carlos Scannone, i tedeschi Peter Hünermann e Jürgen Werbick, gli italiani Aristide Fumagalli, Piero Coda, Marinella Perroni e Roberto Repole, il gesuita sloveno Marko Ivan Rupnik, quest'ultimo apprezzato artista oltre che teologo, nonché da qualche tempo direttore spirituale dello stesso Viganò. QUI
 
Ma chi è Peter Hünermann?
 
Di lui, Benedetto VXI scrive nella lettera di risposta a Mons. Viganò, che "partecipò in misura rilevante al rilascio della 'Kölner Erklärung', che, in relazione all'enciclica 'Veritatis splendor', attaccò in modo virulento l'autorità magisteriale del papa specialmente su questioni di teologia morale".
 
In effetti, la "Dichiarazione di Colonia" fu un attacco frontale sferrato nel 1989 da numerosi teologi, in prevalenza tedeschi, contro l'insegnamento di Giovanni Paolo II e del suo prefetto di dottrina Joseph Ratzinger, soprattutto in materia di teologia morale.
 
A far da detonatore di quella protesta fu la nomina ad arcivescovo di Colonia del cardinale Joachim Meisner, lo stesso che nel 2016 è stato tra i firmatari dei "dubia" sottoposti a papa Francesco riguardo ad "Amoris laetitia" e sul quale nel 2017, nel giorno della sua sepoltura, Benedetto XVI ha scritto parole profonde e toccanti.
 
Tra i firmatari della "Dichiarazione di Colonia" c'era il Gotha del progressismo teologico, da Hans Küng a Bernhard Häring, da Edward Schillebeeckx a Johann Baptist Metz. E c'erano due degli autori degli odierni undici volumetti sulla teologia di papa Francesco: Hünermann e Werbick.
 
Alle tesi della "Dichiarazione di Colonia" Giovanni Paolo II reagì nel 1993 con l'enciclica "Veritatis splendor".
La quale però non è mai citata da Francesco in "Amoris laetitia". Mentre viceversa "Amoris laetitia", nei paragrafi 303-305, riprende e fa proprie alcune tesi della "Dichiarazione di Colonia", specie là dove, nel suo terzo e ultimo punto, questa assegna il giudizio nelle scelte morali alla coscienza e alla responsabilità dei singoli.
In quel medesimo terzo punto la "Dichiarazione di Colonia" attacca frontalmente l'enciclica di Paolo VI "Humanae vitae" e rivendica la liceità dei contraccettivi. E anche su questo punto il pontificato di Bergoglio si sta muovendo nella stessa direzione. QUI
 
Hünermann conosce Bergoglio. Lo aveva incontrato a Santa Marta nel maggio del 2015. Ma quella non è stata la prima chiacchierata tra i due. Hünermann e Bergoglio, infatti, si conobbero per la prima volta nel 1968, anno nel quale il teologo tedesco soggiornò a Buenos Aires nel collegio dei gesuiti. I colloqui e gli scambi epistolari intercorsi dopo l’elezione al soglio di Pietro dell’argentino, poi, avrebbero riguardato la necessità di un “cambio di paradigma” teologico. Alla base di “Amoris Laetita”, la discussa esortazione del papa che ha sollevato i dubia di quattro cardinali (Burke, Brandmueller, Caffarra e Meisner) e di larga parte del mondo tradizionalista, ci potrebbe essere proprio una certa visione aperturista promossa da Hünermann e avallata da Bergoglio.
 
Solo un cieco potrebbe dire che tra Hünermann e Bergoglio non esista una perfetta coincidenza teologica. QUI

giovedì 5 aprile 2018

Ottava di Pasqua

 
 
L'Ottava di Pasqua è la domenica della risurrezione di Gesù Cristo, un giorno lungo un'intera settimana.
Una settimana di grazia, di luce, di splendore, di gioia. Perché Cristo è risorto! Una settimana sospesa, nel tempo e fuori dal tempo. Perché Cristo è vivo e presente, nel tempo, fuori dal tempo e nell'eternità! Sia gloria al Signore Nostro Gesù Cristo, morto, risorto e vivo! Alleluia!
 
Auguri!

venerdì 30 marzo 2018

Eucaristia: Gesù vero Agnello immolato

La nuova ed eterna alleanza nel sangue dell'Agnello
9. La missione per la quale Gesù è venuto fra noi giunge a compimento nel Mistero pasquale. Dall'alto della croce, dalla quale attira tutti a sé (cfr Gv 12,32), prima di « consegnare lo Spirito », Egli dice: « Tutto è compiuto » (Gv 19,30). Nel mistero della sua obbedienza fino alla morte, e alla morte di croce (cfr Fil 2,8), si è compiuta la nuova ed eterna alleanza. La libertà di Dio e la libertà dell'uomo si sono definitivamente incontrate nella sua carne crocifissa in un patto indissolubile, valido per sempre. Anche il peccato dell'uomo è stato espiato una volta per tutte dal Figlio di Dio (cfr Eb 7,27; 1 Gv 2,2; 4,10). Come ho già avuto modo di affermare, « nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l'uomo e salvarlo – amore, questo, nella sua forma più radicale » (18). Nel Mistero pasquale si è realizzata davvero la nostra liberazione dal male e dalla morte. Nell'istituzione dell'Eucaristia Gesù stesso aveva parlato della « nuova ed eterna alleanza », stipulata nel suo sangue versato (cfr Mt 26,28; Mc 14,24; Lc 22,20). Questo scopo ultimo della sua missione era già ben evidente all'inizio della sua vita pubblica. Infatti, quando sulle rive del Giordano, Giovanni il Battista vede Gesù venire verso di lui, esclama: « Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo » (Gv 1,29). È significativo che la stessa espressione ricorra, ogni volta che celebriamo la santa Messa, nell'invito del sacerdote ad accostarsi all'altare: « Beati gli invitati alla cena del Signore, ecco l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo ». Gesù è il vero agnello pasquale che ha offerto spontaneamente se stesso in sacrificio per noi, realizzando così la nuova ed eterna alleanza. L'Eucaristia contiene in sé questa radicale novità, che si ripropone a noi in ogni celebrazione (19).
L'istituzione dell'Eucaristia
10. In tal modo siamo portati a riflettere sull'istituzione dell'Eucaristia nell'Ultima Cena. Ciò accadde nel contesto di una cena rituale che costituiva il memoriale dell'avvenimento fondante del popolo di Israele: la liberazione dalla schiavitù dell'Egitto. Questa cena rituale, legata all'immolazione degli agnelli (cfr Es 12,1-28.43-51), era memoria del passato ma, nello stesso tempo, anche memoria profetica, ossia annuncio di una liberazione futura. Infatti, il popolo aveva sperimentato che quella liberazione non era stata definitiva, poiché la sua storia era ancora troppo segnata dalla schiavitù e dal peccato. Il memoriale dell'antica liberazione si apriva così alla domanda e all'attesa di una salvezza più profonda, radicale, universale e definitiva. È in questo contesto che Gesù introduce la novità del suo dono. Nella preghiera di lode, la Berakah, Egli ringrazia il Padre non solo per i grandi eventi della storia passata, ma anche per la propria « esaltazione ». Istituendo il sacramento dell'Eucaristia, Gesù anticipa ed implica il Sacrificio della croce e la vittoria della risurrezione. Al tempo stesso, Egli si rivela come il vero agnello immolato, previsto nel disegno del Padre fin dalla fondazione del mondo, come si legge nella Prima Lettera di Pietro (cfr 1,18-20). Collocando in questo contesto il suo dono, Gesù manifesta il senso salvifico della sua morte e risurrezione, mistero che diviene realtà rinnovatrice della storia e del cosmo intero. L'istituzione dell'Eucaristia mostra, infatti, come quella morte, di per sé violenta ed assurda, sia diventata in Gesù supremo atto di amore e definitiva liberazione dell'umanità dal male.
(18) Lett. enc. Deus caritas est (25 dicembre 2005), 12: AAS 98 (2006), 228.
(19) Cfr Propositio 3.

mercoledì 28 marzo 2018

Sacramentum Caritatis: Gesù, Cibo di Verità

1.Sacramento della carità (1), la Santissima Eucaristia è il dono che Gesù Cristo fa di se stesso, rivelandoci l'amore infinito di Dio per ogni uomo. In questo mirabile Sacramento si manifesta l'amore « più grande », quello che spinge a « dare la vita per i propri amici » (Gv 15,13). Gesù, infatti, «li amò fino alla fine» (Gv 13,1). Con questa espressione, l'Evangelista introduce il gesto di infinita umiltà da Lui compiuto: prima di morire sulla croce per noi, messosi un asciugatoio attorno ai fianchi, Egli lava i piedi ai suoi discepoli. Allo stesso modo, Gesù nel Sacramento eucaristico continua ad amarci «fino alla fine», fino al dono del suo corpo e del suo sangue. Quale stupore deve aver preso il cuore degli Apostoli di fronte ai gesti e alle parole del Signore durante quella Cena! Quale meraviglia deve suscitare anche nel nostro cuore il Mistero eucaristico!
 
Il cibo della verità
 
2.Nel Sacramento dell'altare, il Signore viene incontro all'uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio (cfr Gn 1,27), facendosi suo compagno di viaggio. In questo Sacramento, infatti, il Signore si fa cibo per l'uomo affamato di verità e di libertà. Poiché solo la verità può renderci liberi davvero (cfr Gv 8,36), Cristo si fa per noi cibo di Verità.
 
Con acuta conoscenza della realtà umana, sant'Agostino ha messo in evidenza come l'uomo si muova spontaneamente, e non per costrizione, quando si trova in relazione con ciò che lo attrae e suscita in lui desiderio. Domandandosi, allora, che cosa possa ultimamente muovere l'uomo nell'intimo, il santo Vescovo esclama:
«Che cosa desidera l'anima più ardentemente della verità?» (2). Ogni uomo, infatti, porta in sé l'insopprimibile desiderio della verità, ultima e definitiva. Per questo, il Signore Gesù, «via, verità e vita» (Gv 14,6), si rivolge al cuore anelante dell'uomo, che si sente pellegrino e assetato, al cuore che sospira verso la fonte della vita, al cuore mendicante della Verità. Gesù Cristo, infatti, è la Verità fatta Persona, che attira a sé il mondo.
«Gesù è la stella polare della libertà umana: senza di Lui essa perde il suo orientamento, poiché senza la conoscenza della verità la libertà si snatura, si isola e si riduce a sterile arbitrio. Con Lui, la libertà si ritrova» (3).
 
Nel sacramento dell'Eucaristia Gesù ci mostra in particolare la verità dell'amore, che è la stessa essenza di Dio. È questa verità evangelica che interessa ogni uomo e tutto l'uomo. Per questo la Chiesa, che trova nell'Eucaristia il suo centro vitale, si impegna costantemente ad annunciare a tutti, opportune importune (cfr 2 Tm 4,2), che Dio è amore (4). Proprio perché Cristo si è fatto per noi cibo di Verità, la Chiesa si rivolge all'uomo, invitandolo ad accogliere liberamente il dono di Dio.
 
Il testo intero QUI
 
Note
(1) Cfr S. Tommaso D'Aquino, Summa Theologiae III, q. 73, a. 3.
(2) S. Agostino, In Iohannis Evangelium Tractatus, 26.5: PL 35, 1609.
(4) Cfr Benedetto XVI, Discorso ai Membri del Consiglio Ordinario della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi (1 giugno 2006): L'Osservatore Romano, 2 giugno 2006, p. 5.

martedì 27 marzo 2018

Sacramentum Caritatis: Cristo Gesù, unico Salvatore

Siamo entrati nella Settimana santa, davanti a noi si dispiega il ricordo degli ultimi giorni terreni di Gesù che lo porteranno a dare la vita sulla croce per la salvezza eterna del genere umano.
Gesù, durante i tre anni di vita apostolica, ammaestra i suoi apostoli in ciò che dovranno vedere, ricordare, custodire, imitare e trasmettere, dopo la sua salita al Cielo. In modo particolare, la sera del giovedi, li prepara ad affrontare la sua passione, morte e risurrezione e lo fa in modo del tutto nuovo e singolare, lasciando loro due doni preziosi, uniti inscindibilmente l'uno all'altro e fondamentali per la vita spirituale e per la salvezza dell'anima di tutte le generazioni future che, credendo alle sue parole, avrebbero formato la sua Chiesa: la Santissima Eucaristia ed il Sacerdozio.
 
Per questo pubblico alcuni passaggi del documento post-sinodale di Papa Benedetto VXI, del 22 febbraio 2007, dal titolo 'Sacramentum Caritatis', sull'Eucarestia, fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, unico sacramento di salvezza. Qui  il documento intero italiano, Qui spagnolo, Hier auf Deutsch.
 
Mi preme iniziare con questo passo, il nr 86, dal titolo: 'Cristo Gesù, unico Salvatore', in cui il Santo Padre ci esorta ad essere missionari di Gesù, ad avere a cuore la salvezza di tutti, che si ottiene professando Gesù nella sua Chiesa Cattolica apostolica ed il cui compito di redenzione è preminente nella liturgia del Triduo Pasquale.    
86. Sottolineare il rapporto intrinseco tra Eucaristia e missione ci fa riscoprire anche il contenuto ultimo del nostro annuncio. Quanto più nel cuore del popolo cristiano sarà vivo l'amore per l'Eucaristia, tanto più gli sarà chiaro il compito della missione: portare Cristo.
 
Non solo un'idea o un'etica a Lui ispirata, ma il dono della sua stessa Persona. Chi non comunica la verità dell'Amore al fratello non ha ancora dato abbastanza.
 
L'Eucaristia come sacramento della nostra salvezza ci richiama così inevitabilmente all'unicità di Cristo e della salvezza da Lui compiuta a prezzo del suo sangue.
 
Pertanto, dal Mistero eucaristico, creduto e celebrato, sorge l'esigenza di educare costantemente tutti al lavoro missionario il cui centro è l'annuncio di Gesù, unico Salvatore.(238) Ciò impedirà di ridurre in chiave meramente sociologica la decisiva opera di promozione umana sempre implicata in ogni autentico processo di evangelizzazione.
 
Nota(238)
Cfr Propositio 42; Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. sull'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa Dominus Iesus (6 agosto 2000), 13-15: AAS 92 (2000), 754-755

venerdì 23 marzo 2018

Il tempo può essere superiore allo spazio? Affermazione insostenibile!


Papa Francesco nell'enciclica "Lumen fidei", al punto 57 asserisce:

'il tempo è superiore allo spazio'.

E' uno dei suoi quattro criteri-guida fin dalla gioventù e che ora ispirano il suo modo di governare la Chiesa e che formano le linee guida del suo magistero liquido, mai definitorio, volutamente aperto alle più contrastanti interpretazioni.

Tra i quattro postulati, questo sembrerebbe il più caro a papa Francesco. Lo troviamo enunciato la prima volta nell’enciclica "Lumen fidei" (n. 57). Lo ritroviamo, insieme con gli altri tre principi, in "Evangelii gaudium" (nn. 222-225), successivamente viene ripreso nell’enciclica "Laudato si’" (n. 17) e nell’esortazione apostolica "Amoris laetitia" (nn. 3 e 261).

Al nr 3 di "Amoris Laetitia" usa questo criterio per spiegare che esistono 'diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano'.
Il concetto della superiorità del tempo sullo spazio non ha radici teologiche (sarebbe da dimostrare), nonostante egli stesso in una intervista abbia cercato di farlo, in modo poco convincente, dando come chiave di lettura prettamente teologica la presenza e la manifestazione di Dio nella storia. Questa spiegazione, estremamente debole, sembra invece adattarsi meglio alle prospettive filosofica e teologica di Karl Rahner, dove 'l'essere umano è in continuo adattamento al divenire storico, mentre Dio si diluisce nelle pieghe della storia'(Lorenzo Bertocchi- Il Timone nr 164);

infatti da ciò scaturisce l'idea della interpretabilità della dottrina cattolica da adattare a ciascuno nella propria condizione, discernendo ogni situazione, come appunto si adatta l'essere umano alla legge della storia in continuo divenire, lo si evince anche da questo passo di 'Amoris Laetitia': "Inoltre, in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali" (n. 3).  
La superiorità del tempo sullo spazio, sostiene Bergoglio ha una derivazione teologica (che da per scontato) e si ispira alla Dottrina sociale della Chiesa, ma purtroppo non ne ha spiegato il nesso, dunque al momento tale affermazione è da ritenersi insostenibile dal punto di visto teologico perché è da dimostrare.

Se dal punto di vista teologico questa affermazione non trova una giusta collocazione, trovare la radice ermeneutica nella scienza, nella fisica moderna e nella filosofia diventa altrettanto difficile e quasi impossibile, soprattutto dopo la scoperta della meccanica quantistica di Max Plank o la teoria della relatività di A. Einstein.
Spazio e tempo rappresentano nell'esperienza umana una unità, spazio ed il tempo come un unico intreccio, dove uno implica l'altro senza possibilità di separazione né di un rapporto di “superiorità” dell'uno rispetto all'altro e viceversa. 
Spazio e tempo rappresentano un intreccio unico, nell’esperienza umana, nel quale ciascuno dei due poli implica l’altro.

Dal punto di vista della fisica moderna, A. Zichichi, ne "L’irresistibile fascino del tempo", Milano 2000, afferma che spazio e tempo costituiscono un’unica “miscela complessa”: “È questa miscela che ci dà il sapore della realtà, senza che sia mai possibile separare le due componenti” (p. 49).

Uno dei risultati più cospicui della grande opera di P. Ricoeur, "Tempo e racconto" (specialmente il vol. III: "Il tempo raccontato", Milano 1999), è esattamente la ricongiunzione fra tempo cosmico o spaziale e tempo vissuto o fenomenologico.

La mediazione avviene, secondo il filosofo francese, nel tempo storico e nel “tempo cronico”, dove la dimensione fisica del movimento (stellare, solare, ecc.) come base del calendario e riferimento dei riti, rappresenta il supporto imprescindibile per l’elaborazione del senso storico degli avvenimenti e del vissuto temporale. Ricoeur ci dice che nell’esperienza umana non è possibile il tempo senza lo spazio né lo spazio senza il tempo, individuando un punto di innesto fra due grandi correnti di pensiero che trovano l’ispirazione nell’impostazione aristotelica (fisica) e in quella agostiniana (interiore).

ATTENZIONE:

Questo è un articolo trovato nelle bozze del mio blog, purtroppo senza alcuna firma nè alcun riferimento; ho voluto pubblicarlo lo stesso, perché molto interessante e chiedo venia........se l'autore lo riconoscesse è gentilmente pregato di farmelo sapere perché possa inserire subito il suo nome con tutti i riferimenti.

Non intendo assolutamente appropriarmene!!!!!

giovedì 22 marzo 2018

Protestantesimo e Massoneria

  Massoneria, figlia della Riforma
 
In merito occorre rammentare tre punti:
 
1) La Massoneria è in parte di origine protestante
2) Essa resta in stretto collegamento con certe chiese protestanti, e in particolare con la chiesa anglicana
3) La sua ideologia è prossima a quella del protestantesimo.
 
                      La Massoneria è in parte di origine protestante
La Massoneria moderna è un insieme di Società Segrete che si rifanno a correnti molto antiche, ma la cui organizzazione attuale, realizzata in Gran Bretagna all'inizio del XVIII secolo (1717 – Ndr), risulta dalla fusione di due organismi preesistenti: una vetusta corporazione di costruttori e la società occultista dei Rosacroce.
 
                    «Tre personaggi hanno segnato profondamente
la nascita e il primo sviluppo della Massoneria moderna o speculativa:
                    Anderson, Désaguliers e il Cavaliere Ramsay» (2)

(2) Cfr. J. Palou, La Franc-maçonnerie («La Massoneria»), Éditions de la Petite Bibliothèque Payot, 1964, pag. 75. 

Parentela ideologica – Relativismo
Tale parentela può essere messa in rilievo presentando le une a fianco delle altre, in forma di tabella, certe posizione-chiave protestanti e le loro omologhe massoniche.
 
                                                  Concezione protestante
Propriamente parlando, non esistono verità religiose universali - Ciò deriva dal libero esame, essendo il protestantesimo, secondo il pastore Richard Molard, «estraneo ad ogni dogma fisso, ad ogni morale immutabile e soprattutto ad ogni regola definitiva» (10)
 
                                                  Concezione massonica
Non esistono verità universali «Ci guarderemo dal dimenticare che la Massoneria è fin dalle origini nemica di ogni assoluto, e che proclama che la verità non è mai acquisita [...]. Tutto è relativo, ogni fine è transitorio, ogni potere è contestabile» (11). «In fondo, i metodi massonici non sono nient'altro che una contestazione permanente; per noi, non esistono verità eterne; non ci sono che tradizioni rimesse costantemente in discussione» (12).
 
(10) Cfr. R. Molard, «La vrai nature du protestantisme» («La vera natura del protestantesimo»), in Le Figaro, del 30 maggio 1974 (11) Così Michel Baroin, ex Gran Maestro del Grand'Oriente di Francia, nel corso di una trasmissione radiofonica mandata in onda da Radio-France, il 4 febbraio 1979. (12) Così Pierre Simon, ex Gran Maestro della Gran Loggia, in Le Monde, del 1º luglio 1970.
 
 
 Antropocentrismo (creatura al posto del Creatore) 
                                                  Concezione protestante
La coscienza è legge a sé stessa - Per la versione pietista (e kantiana) del protestantesimo, «la coscienza non deve nulla se non a sé stessa; essa è la sua stessa regola, la sua legge, la sua sanzione e il suo tribunale supremo» (13).
 
                                                  Concezione massonica
L'uomo è il proprio punto di riferimento - «L'uomo è il punto di partenza di ogni cosa e di ogni conoscenza. Egli è la propria fonte e il proprio punto di riferimento. Solo oggi, egli può dire ciò che è buono per l'uomo» (14).
 
(13) Cfr. E. Julien, Bossuet et les protestants («Bossuet e i protestanti»), pag. 325. (14) Così Michel Baroin, ex Gran Maestro del Grand'Oriente di Francia, nel corso di una trasmissione radiofonica mandata in onda da Radio-France, il 4 febbraio 1979.
 
 
 Rifiuto dell'autorità
                                                  Concezione protestante
Ogni autorità esterna viene rifiutata in materia religiosa
 
                                                   Concezione massonica
Ogni autorità esterna dev'essere rifiutata«Se l'individuo si sottomette ad un'autorità, qualunque sia il suo nome (Dio, Umanità, Società, Legge scritta o Legge morale), è infedele al proprio "Io", al proprio "Ego"» (15)Il confronto potrebbe essere presentato in modo più dettagliato. Ma le linee conduttrici illustrate da questo confronto bastano a dimostrare la stretta parentela ideologica tra i due sistemi (senza dimenticare, sulla scorta del precedente scritto, l'origine ebraica della giudeo-massoneria - vedi allegati – e l'origine ebraica del protestantesimo, evidente negli scritti di innumerevoli autori, tra i quali Bernard Lazar.
 
(15) Cfr. F. Viaud, Mon itinéraire maçonnique («Il mio itinerario massonico»), pag. 83. Viaud è Gran Maestro del Grand'Oriente di Francia.
 
Autore: Arnaud De Lassus
QUI  l'articolo intero 
Traduzione dall'originale francese di un estratto (pagg. 77-81) dall'opera Connaissance élémentaire du protestantisme («Conoscenza elementare del protestantesimo»), Action Familiale et Scolaire, Parigi s.d., a cura di Paolo Baroni, Centro Culturale San Giorgio.